Le dimensioni dell’emigrazione italiana

  L’emigrazione italiana dall’Unità alla seconda guerra mondiale.

Il dizionario Garzanti della lingua italiana, alla voce emigrazione dice: "spostamento dai luoghi d'origine e insediamento in altri territori per motivi di lavoro e di clima. Questo fenomeno colpì anche la nostra penisola sin dai primi anni dopo la sua unificazione. Le cause furono di natura economica: introduzione di nuove tasse (quella sul macinato), aumento del costo della vita e perdita di valore della carta moneta. Soprattutto le classi più povere non riuscirono a far fronte a questa situazione, molti erano i senza lavoro; le masse contadine, che si sentivano particolarmente vessate, si ribellarono favorendo il brigantaggio e tra il 1868 e il 1873 ci furono anche fenomeni di occupazione di città che furono oggetto di una dura repressione nei confronti dei rivoltosi. Per queste ragioni molti italiani decisero di emigrare

 

Dal 1861 al 1970 il numero complessivo degli espatri Italiani è stato di oltre 27 milioni di unità; tra il 1901 e il 1910 c'è stato il maggior flusso in uscita. Dal 1941 al 1970 in particolare abbiamo ancora 7 milioni di espatri.

Risulta comunque evidente come nel periodo successivo al secondo dopoguerra le quote di emigrazione siano notevolmente più basse rispetto ai decenni precedenti; ciò è da addebitarsi allo sviluppo autonomo del sistema economico italiano e ai mutamenti intervenuti nelle principali mete dei flussi migratori.

L’Europa, come meta dell'emigrato, tende a sopravanzare i paesi d’oltre oceano, dove i canali d'ingresso tendono a chiudersi e proprio lo sviluppo di un’emigrazione europea di massa costituirà la novità più sostanziale della storia migratoria nazionale degli ultimi anni. Dagli anni ‘80 del diciannovesimo secolo alla metà degli anni ‘20 del ventesimo secolo oltre la metà degli espatri italiani si sono indirizzati verso i paesi transoceanici, principalmente: Stati Uniti, Argentina e Brasile. Per quanto riguarda l’emigrazione italiana in Europa, fino agli anni ‘40 Francia, Svizzera, Germania, Austria e Belgio hanno assorbito tutti gli emigrati del nostro paese.

A fronte di questa ripartizione fra emigrazione transoceanica e emigrazione europea si riscontra una marcatissima specializzazione regionale delle correnti migratorie per nazioni di destinazione. L’Italia settentrionale ha mostrato preferenza per i paesi europei, mentre man mano che si va verso le regioni meridionali cresce l’importanza dell’emigrazione transoceanica; le regioni centrali sembrano collocarsi in una posizione intermedia.

"Posizione geografica, struttura e costo dei mezzi di trasporto devono dunque aver giocato un ruolo importante nell’orientare queste "scelte" regionali". Le statistiche ci fanno vedere una situazione diversificata per quanto riguarda l'ultimo ventennio del secolo che vede una corrente migratoria soprattutto nordica (l'80%) e l'inizio del 900 quando questa percentuale è già scesa al 50%, il 10% sono emigrati dal centro e il 40 % dal sud. La ragione del radicale spostamento nella composizione regionale dell'emigrazione deriva dal carattere della riforma economica italiana. In seguito all'avvio della industrializzazione al nord, e quindi alla disponibilità di maggiori posti di lavoro, il numero di espatri provenienti dal settentrione diminuì notevolmente, mentre continuò a crescere la percentuale di coloro che partivano dal sud.

A partire dagli ultimi anni 40 fino oltre la metà degli anni 50 si verifica di nuovo una notevole espansione dei flussi migratori transoceanici. Accanto alle vecchie destinazioni statunitense, argentina, brasiliana, canadese e australiana, si afferma un nuovo mercato di sbocco costituito dal Venezuela. Questa ondata migratoria è in gran parte organizzata e assistita dallo stato italiano, nel senso che attraverso accordi bilaterali l’Italia e i paesi d’immigrazione garantiscono agli emigranti contributi che spesso coprono completamente le spese di viaggio. I paesi d’immigrazione richiedono specifiche categorie di lavoratori: l’Australia ogni anno comunica alle autorità italiane il numero e le categorie di cui ha bisogno; il governo Brasiliano paga il viaggio e chiede lavoratori soprattutto per il settore agricolo. Tuttavia l’assistenza dello stato italiano si limita al viaggio di sola andata. Una volta arrivati a destinazione, gli emigranti italiani vengono praticamente abbandonati al l oro destino, né vengono assistiti per il rimpatrio. Ma l’aspetto più grave è dato dalle drammatiche condizioni di lavoro. Ai lavoratori italiani vengono attribuiti i lavori più pesanti, come il lavoro in miniera e nelle campagne.

Tra il 1956 e il 1960 sono registrati 1.739.000 espatri. E' l'ultimo notevole contingente di emigranti. Lo sviluppo economico italiano permette di assorbire nel mercato interno la cronica eccedenza di forza lavoro. Ma si crea al contempo una forma diversa di emigrazione, non più di manodopera dequalificata, ma semmai di quadri tecnici specializzati, che offrono le proprie elevate competenze per attività all'estero. Molte grandi industrie italiane trovano commesse all'estero, soprattutto nel settore ingegneristico e impiantistico.

Accanto a questo nuovo fenomeno e ad un forte incremento della disoccupazione a livello nazionale ed internazionale, fa riscontro, alla metà degli anni '80, una corrente di immigrazione verso il nostro Paese, soprattutto da alcuni Stati africani e dell'America Latina.

La nostra emigrazione, tradizionalmente, è sempre stata un’emigrazione proletaria con scarsa partecipazione di gruppi familiari, spesso legata ad un’azienda agricola familiare, in Italia, non autosufficiente. Assai difficile è ricostruire l’esatta composizione professionale dell’emigrazione italiana: essa attinse soprattutto al serbatoio della sovrappopolazione latente delle campagne e a quello dei lavoratori con scarsa qualificazione (muratori, lavoratori, manovali, operai). Questa emigrazione proletaria appare fortemente correlata con l’andamento ciclico dell’economia nei principali paesi importatori di forza-lavoro italiana. Gli italiani sono andati generalmente a ricoprire le mansioni più pesanti, quelle maggiormente nocive e rischiose, solitamente rifiutate dalla classe operaia locale.

Guardando ai principali effetti del fenomeno migratorio dal punto di vista del paese di emigrazione c’è da sottolineare come le rimesse degli emigranti abbiano costituito una leva assai importante della crescita capitalista nazionale, contribuendo in maniera notevole al riequilibrio dei conti con l’estero. L’emigrazione è sempre stata sostanzialmente incoraggiata, quando " non programmata" dai governi italiani; e ciò non solo per i suoi benefici effetti sulla bilancia dei pagamenti, ma anche perché la si riteneva il miglior antidoto alle tensioni sociali, causate dallo stato di disoccupazione e di miseria.

 La "programmazione" dell’emigrazione come scelta del governo nell’immediato dopoguerra.

Per quanto riguarda la valutazione di questo fenomeno si è potuto constatare una unanimità assoluta di giudizi fino agli anni '60: essendo il nostro paese nell’impossibilità di dare lavoro a tutti non solo nelle contingenze di un disastroso dopoguerra ma anche nelle precarie condizioni future del nostro sviluppo economico, l’emigrazione viene riconosciuta quale dura ma indispensabile necessità per il sistema-Italia.

Nel giugno del 1946 viene affrontato dal governo repubblicano il problema della disoccupazione e della emigrazione; lo sviluppo del flusso emigratorio è presentato come l’unico modo per risolvere il problema della disoccupazione. Si decide pertanto che la politica italiana verso i paesi esteri dovrà basarsi su "intese bilaterali", cioè su accordi conclusi fra i due paesi interessati e che bisognerà ottenere dal paese straniero di immigrazione le migliori condizioni di vita e di lavoro per gli emigranti.

L’esigenza economica fondamentale cui risponde la politica migratoria che verrà adottata dallo stato italiano è la necessità di innescare un meccanismo riequilibratore della bilancia dei pagamenti. Ma c’è anche un’altra esigenza ed è quella politica: in un rapporto che la Direzione Generale dell’Emigrazione aveva preparato alla fine di Marzo 1949, si scrive che: "i vantaggi dell’emigrazione per l’Italia non possono essere limitati al solo settore economico: non meno importanti potranno essere i riflessi sociali. Da un’elevazione del tenore di vita anche le lotte sociali potranno essere grandemente attenuate".

 

Riflessioni degli studenti sul fenomeno dell'emigrazione

Alcune note a margine, piccoli flash sul fenomeno migratorio

Testi delle canzoni