Da: "In Risaia" di Carlo Emilio Gadda

Questo testo di Carlo Emilio Gadda, è inserito nel libro intitolato "In risaia" della Marchesa Colombi. L'autore racconta dell'incontro tenutosi nel 1936, con le mondine della Lomellina, presso Mortara.

Egli inizia con una minuziosa descrizione del paesaggio e poi rivolge la sua attenzione alle ragazze che "sbucarono una a una, con capelli di paglia dalle grandi tese". Le mondine, in fila indiana, reduci dal pomeriggio in risaia, sono accaldate e qualcuna canta. Sono a piedi nudi, con camicette celesti o "così rosse da far impazzire un torello". Sembrano stanche ma non esauste; hanno i piedi sporchi di terra e ai polpacci è segnato il livello della melma.

  Il lavoro nelle risaie è impegnativo e le ragazze sono perennemente chinate a terra, con i piedi nell'acqua. Esse accompagnano la loro fatica con dei canti, che talvolta vengono interrotti dalle grida del padrone "che censurano anticipatamente un passaggio, che contrasterebbe le ragioni della decenza". Terminato il lavoro, esse ritornano, in fila indiana, al dormitorio: è un ampio stanzone di sottotetto pavimentato a mattonelle, pulito, occupato dai lettini di ferro o brande. I letti sono per lo più congiunti due a due, come letti matrimoniali: " è questione di lenzuola e di regolazione del calore".

Alle nove vi è il "coprifuoco", le mondine sono tutte a letto e giurano che nessuna esce di nascosto. L'unico giorno in cui si possono "scatenare" un po', è la domenica. A loro piace molto ballare e "un organino le impazza". Ballano con le compagne oppure con uno dei pochi ragazzi che si sono portate dietro dal paese "nel ricordo dell'altro sesso". Sono giovani: hanno venti anni, una soltanto quindici!

 Mi ha colpito molto questo testo di Carlo Emilio Gadda. Mi è piaciuta l'accurata descrizione riservata alle mondine, sia nel loro aspetto fisico ed esteriore, che in quello interiore. Il lavoro nelle risaie è molto duro ma, nonostante questo, le ragazze sono volenterose, mai pigre, come dice lo stesso Gadda: "Una squadra si affanna ad emulare o a superare la contigua: una squadra si spicca in avanti. Vuol arrivare prima a tutti i costi. Vuol fare lavoro doppio in egual tempo". Le ragazze che lavorano nelle risaie sono giovani e questa loro giovinezza la si nota nel momento in cui dicono: "la domenica ...siamo giovani...ci piace ballare".

Sono evidenti a questo punto, i due aspetti del carattere di queste donne: la maturità, nel momento del lavoro e la fanciullezza, la spensieratezza nel momento del ballo, dello svago. Infine, la frase che più mi ha colpito, perché è riuscita a farmi sorridere e riflettere contemporaneamente, è la seguente: nel dormitorio vi è "un odore di panni, bonario e contadinesco, assai meno acre di quello che riscontro in certi tram cittadini, in certi ascensori". (di Carlo Emilio Gadda)

 

Da: "La Chimera" di Sebastiano Vassalli

 Nel romanzo "La Chimera" di Sebastiano Vassalli, viene narrata la storia di un’orfanella. Parlando della famiglia dalla quale viene adottata, Vassalli dedica alcune pagine alla descrizione degli abitanti del luogo in cui si trasferisce la bambina, i cosiddetti risaroli. Dalle informazioni che l’autore ci fornisce, possiamo apprendere che i risaroli erano generalmente montanari che si trasferivano nei villaggi padani durante il mese di maggio e vi rimanevano fino a settembre. La loro giornata lavorativa iniziava all’alba e finiva al tramonto. Durante il giorno, cantavano per distrarsi e per far passare un po’ più piacevolmente le lunghe ore sotto il sole. Essendo, come detto, quasi tutti i montanari, le canzoni parlavano di monti, di alpini e di azioni che si compivano quotidianamente.

Anche in questo libro, che parla del mondo della risaia, ho ritrovato il tema del canto come strettamente legato a quello del lavoro. Nelle risaie si cantava tutto il giorno perché nelle canzoni i risaroli ritrovavano i buoni sentimenti, le cose amate e il pensare ad esse, anche se tristemente, alleviava la loro fatica e rinfrancava le loro speranze di momenti più belli. Non c’era tempo per parlare e i risaroli erano troppo distanti tra loro per farlo. Ma il canto si propagava in mille voci creando un’unità di contenuti in cui essi si potevano identificare.